Testimonianza

Una cara amica mi ha trasmesso questa toccante testimonianza.

In questi giorni in cui si ricordano le sofferenze dei popoli Istriani e Dalmati la riporto integralmente con rispetto e amicizia:

Sono nata a Rovigno d’Istria, bella cittadina su una penisola che si protende sul mare, attorniata da isole con fitte pinete. Le case, di impronta veneziana si arroccano fino alla cima del promontorio dove è stata costruita la chiesa con campanile simile a quello di S. Marco a Venezia.
Conducevo una vita serena. Mio padre medico, onesto lavoratore, era stimato anche per la sua grande generosità. Mia madre era insegnante elementare. Ma …. nel 1944 accadde quello che cambiò la vita a tutta la famiglia.
Una paziente slava di mio padre lo avvisò che era in pericolo di vita: era nella lista di coloro che erano destinati dai titini alla eliminazione. Erano iniziate le sparizioni, soprattutto di notte. Venivano prelevati di nascosto dapprima quelli che avevano incarichi pubblici collegati al regime vigente, poi, via via, i professionisti, le forze dell’ordine, i commercianti, gli agricoltori, gli operai, i pescatori ed anche alcuni sacerdoti. Venivano fucilati, annegati, gettati nelle foibe. Erano tutti coloro che avrebbero potuto ostacolare il progetto espansionistico della Jugoslavia: per la quasi totalità gente inerme che non aveva torto un capello nessuno. La colpa? Essere ITALIANI.
In questo clima di paura, di terrore, papà e mamma decidono su due piedi di scappare senza dir niente a nessuno, con lo stretto necessario. Lasciano la casa, il lavoro i parenti (alcuni dei quali con il grande esodo del 1947 emigrano in Canada in Nuova Zelanda), gli amici, la figlioletta di 16 anni morta di malattia e sepolta al cimitero di Rovigno. Io bambina di 9 anni lascio la scuola, la mia maestra, la chiesa, le amichette, i miei giochi. In quegli anni su 12.000 abitanti di Rovigno, 10.000 se ne vanno e lasciano la cittadina quasi vuota. Con i mezzi di fortuna, con un viaggio avventuroso, sotto i bombardamenti arrivammo a Schio in provincia di Vicenza dormendo qualche notte per strada sulle rive del brenta.
A Schio papà non trovò lavoro né casa perché noi esuli non eravamo isti di buon occhio: eravamo persone sospette: (A Venezia ai profughi che scendevano dalle navi la gente sputava addosso, in Liguria venivano chiamati “banditi Giuliani”, a Bologna la Croce Rossa non riuscì a consegnare il latte ai bambini degli esuli che transitavano sui carri merci.
Nel 1948 papà finalmente trova una sistemazione: diventa ispettore della Mutua San Bonifacio. Ci trasferimmo a Verona dove io iniziai la scuola Superiore. Papà morì nel 1954 senza rivedere la sua terra natia. Abitammo per prima vicino al 79° fanteria” poi con la mia mamma ci trasferimmo in Borgo Trento (lungadige Matteotti, Via Risorgimento, via 24 Maggio). Nel 1962 mi sposai e successivamente ebbi due figli.
Nel Borgo, devo dire, trovai calore, affetto…ricominciai a vivere. Instaurai molti rapporti cordiali con i vicini e con i diversi proprietari di botteghe che adesso non ci sono più. Mi sentii a mio agio, a casa mia finalmente, in un ambiente non più ostile ma disteso, sereno, accogliente. Ricordo le lunghe passeggiate sul lungadige, le “ciacolade” sulle panchine di piazza Vittorio Veneto, i negozi di Via 4 Novembre…
Immagini che nella mia memoria sono parte di una gioventù finalmente vissuta con un po’ di gioia e spensieratezza.
Nel 2000 in nome del sentimento che mi lega tuttora alla mia terra, ho ricostituito il comitato dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia di cui ora sono presidente onoraria. A questa associazione si sono iscritti molti amici dimostrando la loro sensibilità verso le nostra tragedia.
Cosa devo dire? Quando sono a Verona mi sento istriana, ma sono lontana da questa bella Città mi sento Veronese de “soca”
Grazie Verona, grazie Borgo Trento!

Lettera firmata